La Legge sullo Spettacolo dal vivo vs la Legge di Bilancio: sintomi d’incomprensione

L’8 novembre scorso abbiamo festeggiato la nascita della Legge sullo Spettacolo dal vivo.

71 anni di attesa per vedere finalmente poste le basi, attraverso le deleghe al Governo, per la costituzione di un Codice dello spettacolo entro un anno dall’entrata in vigore della Legge.

Prima ancora della risposta al bisogno condiviso di vedere regolamentato l’esistente, questa Legge è per gli operatori dello spettacolo italiano un segno di riconoscimento della propria esistenza, visto che nell’art.1 comma 1 b si legge che la Repubblica “riconosce … il valore delle professioni artistiche e la loro specificità, assicurando altresì la tutela dei lavoratori del settore”.

Questo vuol dire che gli operatori dello spettacolo sono riconosciuti dalla legge anelli essenziali in un Paese che sostiene la cultura come grimaldello atto a scardinare le abitudini consolidate, sostituendo criteri trasparenti e parametri oggettivi a quel senso di vago possibilismo che non di rado si accompagna all’aggettivo italiano.

Per la Treccani légge “è il sostantivo femminile che definisce in generale ogni principio con cui si enunci o si riconosca l’ordine che si riscontra nella realtà naturale o umana, e che nello stesso tempo si ponga come guida di comportamenti in armonia con tale realtà”.

E’ a questo principio di guida armonica fondata sulla realtà che l’8 novembre il Settore dello Spettacolo dal vivo ha levato i calici, pur avendo letto  che “la Repubblica promuove e sostiene  tra le  attività  di  spettacolo svolte in maniera professionale i carnevali storici e le rievocazioni storiche” (art. 1 al co 2 g); pur avendo letto che la Repubblica – quella stessa che riconosce il valore delle professioni artistiche e assicura la tutela dei lavoratori del settore –  “riconosce altresì le pratiche artistiche a carattere amatoriale” (art. 1 co 3 a); pur mancando ancora dei parametri atti a normare la destinazione al MIUR del “3 per cento della  dotazione  del  Fondo  unico  per  lo spettacolo per la promozione di programmi di educazione  nei  settori”. (art. 2 co 4 i).

Eppure, conscio di tutto questo, il settore dello Spettacolo dal vivo ha brindato, perché il principio di trasparenza che questa Legge ha posto in essere – concretamente e simbolicamente – è più forte  delle perplessità, sulle quali – si sono ripromessi gli operatori – continueremo a vigilare.

 

E’ mettendo in atto questo proposito che CReSCo inizia il suo 2018: vigilando nel modo più etico che conosce, osservando e condividendo alcune riflessioni.

 

Dalla Legge (art. 4 co 1) si evince che l’incremento del FUS è  “di  9.500.000  euro  per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e  di  22.500.000  euro  a  decorrere dall’anno 2020”. Il Ministro Franceschini aveva annunciato per il triennio 2018-2020 un aumento del FUS di 100 milioni, che la Legge quantifica invece in 40,5 milioni.

Ma non è questo – che certo non ci fa felici – a lasciarci sgomenti oggi, forse perché consideriamo comunque una vittoria un incremento alla Cultura sancito per tre anni da una Legge.

E – come abbiamo detto – siamo fiduciosi che i Decreti attuativi normeranno lo stanziamento del 3% del FUS destinato al MIUR (cioè oltre 10 milioni, paradossalmente più dell’incremento FUS 2018!) con criteri in grado di tutelare la professionalità e il ruolo degli operatori dello spettacolo dal vivo.

Cos’è allora che ci lascia in bocca, mentre ancora brindiamo alla Legge e a un nuovo anno più trasparente, questo retrogusto amaro?

 

Sarà che il 30 novembre, 8 giorni dopo la pubblicazione della Legge 175 sullo Spettacolo dal vivo, la Camera dei Deputati ha approvato La Legge di Bilancio o finanziaria, cioè il Bilancio previsionale per il 2018 e il bilancio pluriennale 2018-20.

Più nello specifico:

  • Sarà che questa Finanziaria ha avvertito l’urgenza di intervenire su “le fattispecie di esenzione dal certificato di agibilità[i] (art 1. co 645, in rif. al D. Lgs 16/07/1947 e successive modifiche), generando non poca confusione interpretativa tra gli operatori, proprio nel momento in cui  per la prima volta nel nostro Paese il Settore si è dotato di una legge che prevede una serie di azioni atte a coordinare in modo formale e sostanziale le disposizioni vigenti (come sancito dall’art. 2 co 1 L. 175/2017)

 

  • Sarà che a pagina 78 di questa Finanziaria (art. 1 co 200) si legge che “Per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020 è autorizzata la spesa di 2 milioni di euro per il sostegno a manifestazioni carnevalesche” e che “Agli oneri derivanti dall’attuazione del presente comma si provvede a valere sulle risorse del Fondo unico per lo spettacolo”.

Ironia vuole che questo articolo – che di fatto bypassa le azioni previste dalla legge, modificando il DM 27 luglio 2017 frutto di una concertazione tra il MiBACT e gli organismi di settore maggiormente rappresentativi, e disponendo aprioristicamente un investimento certo e determinato quando il “riparto” del FUS è regolamentato ogni anno da apposito decreto – sia stato emendato mentre ancora ci interrogavamo sull’opportunità dell’inserimento dei Carnevali e delle rievocazioni storiche in capo alla Direzione Spettacolo dal vivo del MIBACT, non considerando  magari interlocutori più idonei come la Direzione Turismo o la Direzione Generale Archeologia, che include la Direzione tutela del patrimonio demoetnoantropologico.

Perché attribuire i carnevali e le rievocazioni storiche allo Spettacolo dal vivo quando ci sono altri organismi che se ne potrebbero fare carico? E perché inoltre queste manifestazioni non possono aspettare insieme ad un intero comparto la definizione di un Codice dello Spettacolo?

 

  • Sarà che uno degli ultimi provvedimenti emendati con urgenza la notte del 20 dicembre, ha visto l’assegnazione di 4 milioni di euro pubblici al privato Teatro Eliseo di Luca Barbareschi per il 2018, ignorando che la nuova Legge sullo Spettacolo dal vivo aveva previsto di destinare quella cifra (stornandola dal precedente e discusso finanziamento di 8 milioni al suddetto teatro) alle attività culturali nelle zone terremotate del centro Italia.

 

E se la buona notizia è che la copertura finanziaria a favore delle aree terremotate è garantita dall’ art. 4 comma 3 della Legge 175/2017, che resta immutato, quella del 20 dicembre resta una manovra che sembra messa lì a ricordarci – un attimo prima della fine dell’anno, un attimo prima che le Camere si sciogliessero lasciando annodate mille questioni di questa Italia, ma non quella legata al finanziamento dell’Eliseo – che l’ombra del possibilismo è sempre dietro l’angolo.

 

L’8 novembre 2017 è stato un giorno importante per tutto lo Spettacolo dal vivo italiano; ora tocca lavorare perché si possa continuare a considerarlo tale, ricordando che il nostro Settore ha bisogno di finanziamento ma anche di dignità, e che la seconda non dovrebbe essere barattata  con il primo.

 

[i]
[i] Nota su agibilità: l’articolo in oggetto parla di annullamento del certificato per lavoratori “utilizzati nei locali di proprietà o di cui abbiano un diritto personale di godimento, per i quali le imprese effettuano regolari versamenti contributivi presso l’INPS”. Ergo NON si riferisce alle compagnie ospitate, ma ai propri dipendenti. Si deduce che, per il livello del doppio controllo, non ci sia nessun tipo di modifica. Per quello che riguarda i lavoratori afferenti la propria struttura, finora il controllo non esisteva comunque se non in sede di spettacolo su palco, quindi per artisti e tecnici. In questo caso ospite ed ospitante coincidevano, perciò, in base all’articolo in discussione, l’annullamento del doppio controllo riguarderebbe solo le attività svolte nella propria sede. Questo articolo, in sintesi, esonera chi fa attività nella propria struttura a presentare il certificato di agibilità per i propri lavoratori, con uno scrupolo nei confronti degli autonomi (quali sono tantissimi artisti) che in caso di contratti superiori a 30 giorni devono comunque essere certificati.

A fronte di tale chiarimento, a maggior ragione, la modalità con cui è stato introdotto l’articolo sull’agibilità stupisce ancor più che i suoi contenuti.

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